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In sintesi…

  Il santuario di Santa Maria delle Vertighe è il più antico santuario mariano della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro: le sue origini risalgono al 1000-1100.
  Il miracolo della traslazione. Non sappiamo con certezza perché il santuario sia sorto proprio in questo luogo. La tradizione parla della traslazione miracolosa di un’intera cappella, con la sua venerata immagine, dal comune di Asciano (SI) al colle delle Vertighe, in seguito a una lite tra due fratelli circa la proprietà del terreno dove si trovava la cappella stessa. La traslazione sarebbe avvenuta il 7 luglio del 1100. Possiamo tuttavia dire con certezza che una chiesa dedicata alla Vergine Maria, già esisteva in questo luogo nell’anno 1073.
  L’immagine venerata. Originariamente la devozione popolare era rivolta ad una immagine affrescata sulla volta dell’antica cappella. Si possono ancora riconoscere tre ordini sovrapposti di antiche pitture, dei quali è ancora in parte apprezzabile soltanto l’ultimo, raffigurante l’Assunzione della Vergine al cielo. Successivamente (probabilmente agli inizi del 1400) la devozione passò alla Madonna con Bambino in trono, dipinta su tavola dal Margaritone di Arezzo (fine del XIII secolo).
  La chiesa. L’attuale chiesa a tre navate, che contiene la cappella affrescata e l’immagine su tavola, risale all’inizio del 1500, così come il loggiato esterno retto da colonne esagonali di mattoni. L’ampio spazio retrostante la cappella antica, contenente il Coro e l’organo, ricevette l’attuale assetto tra l’inizio del 1500 e la metà del 1600. Il campanile a torre è attribuito ad Andrea Contucci, detto il Sansovino (1460-1529).
  La custodia. Fin dalla prima metà del 1200 il luogo è appartenuto ai monaci Camaldolesi, a cui si deve l’edificazione della chiesa attuale e del convento annesso e che officiarono presso il santuario fino al 1808. Dopo la breve parentesi del dominio napoleonico, nel 1816 la chiesa fu riaperta, ma sia il santuario che il convento passarono alla tutela dei Frati Minori, che sono a tutt’oggi i proprietari del complesso, sebbene dal 2007 sia la Fraternità Francescana di Betania ad officiare presso il santuario e a dimorare nel convento.
  Le opere. Le principali opere che possono essere ammirate all’interno del santuario, oltre alla venerata Madonna con Bambino in trono circondata da quattro storie della Vergine (Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi e Assunzione in cielo) attribuita a Margaritone di Arezzo (XIII secolo), sono il Crocifisso dipinto su tavola di Lorenzo Monaco (1370-1425) e il dittico del 1520 raffigurante un presunto San Savino (o forse sant’Agostino) e San Benedetto, opera di Ridolfo di Domenico del Ghirlandaio. Inoltre, nella parete laterale di sinistra, si trovano l’Assunzione della Vergine al Cielo (Orazio Della Porta, 1590) e una raffigurazione della traslazione della cappella delle Vertighe, probabilmente opera, almeno in parte, dello stesso autore. Nella parete di destra è affrescata la Natività della Madonna (Santini, 1627).
  Patrona dell’Autostrada del Sole. Nel 1964 la Madonna delle Vertighe è stata proclamata Patrona dell’Autostrada del Sole e anche per questo è meta di ininterrotti pellegrinaggi provenienti da ogni parte d’Italia.   Le visite pastorali dei vescovi aretini, documentate fin dal ‘500, testimoniano come il santuario delle Vertighe sia sempre stato un luogo di pellegrinaggio e di preghiera, soprattutto per la popolazione della Valdichiana. Ancora oggi Santa Maria delle Vertighe, patrona dell’Autostrada del Sole, costituisce un richiamo per tanti cristiani, una presenza di vigile tutela per la valle, un luogo di silenzio e di raccoglimento che invita alla preghiera.

Per saperne di più…

 

dalla rivista

L’ERACLIANO

 organo mensile dell’Accademia Collegio de’ Nobili 

nuova serie anno XX   N. 222-223-224  VII. VIII. IX. MMXVI

SANTA MARIA DELLE VERTIGHE 

tra storia, fede, leggenda e arte

  «Chi sul principiare dell’attuale millennio avesse per avventura peregrinato alla volta delle Chiane venendo, a mo’ d’esempio, dalla Valle del Tevere e si fosse, per ripido e tortuoso sentiero, condotto fino all’eremo situato sull’Alta di Sant’Egidio e di lassù volgendo l’occhio sulla nostra Valle ne avesse voluto prendere conoscenza, ecco quali cose egli avrebbe potuto vedere: Altri eremi  in altre alture, e cioè, oltre quello di S. Egidio, gli eremi di Lignano, di Montepoliziano, di Montefollonica e delle Vallesi; e in meno alto un numero notevole di Abbadie di Benedettini, potenti per giurisdizione e possessi, quali la ricca Abbadia di S. Flora e Lucilla sul Capodimonte presso la goletta di Chiani, l’altra ricca e potente badia al Pino (presso Civitella), la Badicorte, (presso Marciano) la badia di Sicille, (presso Torrita) la badia della Querce al Pino (presso Chiusi), la badia di Bacialla, (presso Terontola) la badia di Roccavo, (presso Castiglioni) e la importantissima badia di Farneta (presso Foiano).

  Presso Foiano un’altra grande abbadia in costruzione egli avrebbe veduto e cioè quella di S. Quirico alle Rose (Oggi Nasciano, in vicinanza della località denominata di S. Vittoria. Ma non ne esistono vestigia) che stavasi erigendo non dai frati di San Benedetto ma dai Camaldolesi, destinata a diventare potente per vastissimi possessi in quasi tutta la Chiana; ed un’altra abbadia di Camaldolesi avrebbe pur veduto erigersi nel colle di Vertighe, destinato ad ornarsi, indi a poco, di un mistico e rinomato Santuario. Ed avrebbe parimente notato l’innumerevole schiera di chiese o pievi Cristiane disseminate per la Valle, la maggior parte a piè delle colline e dei poggi su cui erigevasi le ròcche dei castelli, ed alcune piantate nel centro stesso della Valle, come le pievi o chiese di Acquaviva, di Bettole, di Foiano, del Toppo e di Rugliano (non ne rimangono vestigia. Restò soltanto la denominazione alla località dove la pieve sorgeva). Né sarebbero sfuggite al suo sguardo le grandi selve di Alberoro, spettanti al Capitolo della Cattedrale Aretina, le cui possessioni estendevasi fino al Tegoleto, a Vergnana, e a S. Gemignanello; né la tenuta di Cesa donata al Vescovo d’Arezzo, se non precisamente da quella Contessa Matilde che fu entusiasta di papa Gregorio VII e lo accolse a Canossa, e dotò in Toscana parrocchie, monasteri e vescovadi, certo però nel principio dell’attuale millennio» [1].

  Leggendo queste poche righe, con relative note, si rimane conquistati dall’avvincente modo di ricostruire la storia che l’Autore esegue con facilità e spontanea semplicità; non dimenticando che, questo “suo narrare”, vedeva la luce proprio alla fine del secolo XIX e, ai nostri giorni, alcune espressioni e anche certe supposizioni sembrano essere superate o rinnovate da nuovi studi e scoperte, particolarmente supportate da ricerche archeologiche e storiografiche. Senza nulla togliere al valore del lavoro svolto da coloro che ci hanno preceduto, in assenza del quale, oggi, non potremmo riprendere e continuare il discorso storico.

  Accingendoci a ricostruire e scrivendo – seppur in maniera sintetica, trattandosi di un breve articolo – sul Santuario di Santa Maria delle Vertighe, dovevamo avere un avvio che fosse semplice, comprensibile e sufficientemente chiaro per chi avrà la pazienza di leggerlo; certamente l’ottimo Giovan Battista Del Corto ha offerto la strada più facile e accessibile per ampliare tutto il racconto storico che riusciremo a sviluppare, partendo proprio da questo inizio.

   Diversi sono stati quelli che hanno affrontato questo non facile argomento; cercheremo comunque di spiegare perché non è senza difficoltà riscrivere o aggiornare questa vicenda storica che a suo modo rimane ancora controversa e tutta da chiarire. Se non in quello che c’è dato vedere con i nostri attenti occhi di osservatori e scrutatori di questo nuovo millennio.

   Così dobbiamo essere grati a quanti hanno avuto l’ardire di trattarlo prima di noi, e non sono stati pochi; seppur riconoscendone il valore e l’impegno, dobbiamo sostenere che molteplici elementi sono stati chiaramente esposti, mentre altri richiedono ancora una delucidazione o un confronto con la metodologia attuale, moderna, che permette di addentrarci in modo diverso nei meandri della storia.

   Incamminiamoci per una strada non facile, sia per la scarsità di documenti esistenti, sia per la vasta tradizione che, da secoli, accompagna le vicende di questo sacro luogo. Talvolta saremo costretti a scontrarci, benevolmente, con preconcetti o leggendarie tradizioni che, sovente il popolo, continua a tramandarsi con tanta facilità e plausibile credulità. Sicuri anche che da queste possano nascere o trovarsi particolari verità che restano valide nonostante tutto e a dispetto del trascorre del tempo.

  Partendo proprio dal termine “leggenda” che trova il suo complemento nell’etimologia latina femminile medievale di “legendus”: in italiano, dunque “evento”, “racconto” da leggere, per quanto agiografico da interpretarsi a scopo di devozione o di edificazione ma, pur sempre, da non trascurare o da demonizzare completamente.

   Già la stessa etimologia del luogo di “Vertighe” diventa ancora oggi difficile da chiarire; viste le diverse interpretazioni che, attraverso i secoli, sono giunte fino a noi. Quella più accreditata, propende per l’antico termine di “Vertice” – usato anche nei documenti più antichi – che proverrebbe dal latino “vertex”: vertice, colle, altura, cima. Talvolta però si è scritto che la denominazione sarebbe da attribuire al nome di un comandante dei Galli Senoni che qui avrebbe trovato sepoltura (390 a. C.); non trovando però nessun riscontro storico.

  Lo storico Gamurrini ci conferma come la collina fosse già abitata al tempo degli Etruschi, avvalorata dal ritrovamento di alcune tombe e di vari reperti archeologici. Quindi, attraverso la civiltà romana passata ai longobardi, che qui avrebbero eretto un luogo di culto al loro santo patrono Michele Arcangelo: «La chiesa dedicata a Sant’Angelo presso le Vertighe, a mezzogiorno, ora scomparsa (ne ho veduto qualche resto ormai più che mezzo secolo) doveva datare dai longobardi che San Michele Arcangelo fu il loro protettore, e a lui dedicavano le chiese specialmente laddove apparivano le rovine di un edificio pagano» [2].

   Per ragionevoli necessità dobbiamo ricominciare dall’unico documento esistente nell’Archivio della Badia benedettina delle sante Flora e Lucilla, oggi conservato in quello Capitolare della Diocesi aretina, datato 1073, che seppur mutilo, nomina una chiesa di “santa Maria di Vertighe” non lontano dalla residenza della contessa Beatrice e della figlia Matilde [3]. «Ed è pure ben detto “in comitatu aretino”, come pure in altri documenti si conferma, che fosse situata la Pieve di Monte San Savino con i suoi dintorni, e lo prova il seguente documento conservato nel citato archivio e dello stesso anno 1073: “Mansus positus in comitatu aretino infra plebem Sancti Sabini in curte de Vertice et duo mansi positi in loco dicto Turina”, che oggi, si chiama Torena, a levante della collina.

  Pertanto non lungi dalla chiesa di Santa Maria, stava la “Domus” nella quale risiedevano la contessa Beatrice, vedova di Bonifazio, Marchese di Toscana e fratello di Teodaldo, Vescovo di Arezzo, insieme alla sua figlia Matilde. Questa Domus, rispondente alla loro dignità, non poteva essere situata per la condizione del quadrivio che si intersecava a destra della chiesa, che alla sinistra di questa, dove è l’orto del convento o poco di sopra. Si vedrà poi che essa venne probabilmente convertita in Spedale, detto di Santa Maria» [4]. Questo documento, del 1073, metterebbe in dubbio (anzi contraddirebbe completamente) l’intera tradizione della traslazione della “cappella” dal territorio di Asciano che narra, come nel 1100, sarebbe stata posta “dagli angeli” in luogo solitario e boscoso.

  Dobbiamo inevitabilmente riprendere dalla “leggenda” ma fare anche accenno alle tradizioni orali che in modi diversi riporterebbero dello “straordinario” arrivo, sul colle delle Vertighe, della “cappelletta” dedicata alla Vergine Maria. Quello che volle codificare, con abbondanza di particolari, l’evento fu il monaco benedettino camaldolese Agostino Fortunio che ne scrisse nella sua “Cronichetta del Monte San Savino” (edita a Firenze nel 1583) e dalla quale attinsero poi tutti gli scrittori successivi. «Verso l’anno 1100 moriva, in Asciano, un certo Aldobrando di Alberto, uomo facoltoso, lasciando eredi i due figli Ugo e Guido, piuttosto rissosi tra loro. Nella divisione del patrimonio paterno la questione maggiore sembra essere sorta a proposito del terreno dove sorgeva una cappella con una venerata immagine della Madonna: ambedue volevano il possesso di quella piccola porzione. La lite giunse ad un aspro dissenso che nemmeno l’intervento di amici e conoscenti riuscì a comporre.

  Non mancarono parole volgari e bestemmie, ma il peggio fu che affidarono la sorte del possesso al duello stabilito per il giorno dopo, 7 luglio. La notte precedente alla sfida, la cappella, con la venerata immagine, scomparve, lasciando nel suolo le fondamenta, e si trasferì in questo colle delle Vertighe. I due contendenti, giunti al luogo dello scontro, si accorsero dello strano caso e rimasero altamente meravigliati.

 Pari meraviglia la provò la gente di questi luoghi alla notizia della comparsa misteriosa di una cappella nel boschetto delle Vertighe e adagiata semplicemente al suolo. Alla meraviglia seguì immediata la venerazione che non si è più interrotta nel corso dei secoli».

  Negli Statuti Municipali del 1388 [5] si parla di un’Enea Alberti, cittadino senese e di M. Venturi Alberti, suo zio, dottore causidico che, con M. Girolamo suo figlio, fecero una testimonianza. I “litigiosi” fratelli ascianesi avrebbero avuto i nomi di Antonio e Alberto degli Alberti (illustre famiglia di Siena) che “possedevano i terreni con la cappella in località detta “Caggio”; mentre il Gebelli, conferma i nomi di Ugo e Guido ma li dice figli di un Aldobrandino di Alberto. Di altro avviso sembrerebbe il Lucetti quando scrive: «Porta la data del 1073 la tradizione che l’immagine della Madonna venerata nel santuario delle Vertighe fosse stata trasferita insieme alla cappella da Montalceto, in “agro di Asciano”. L’appropriazione della cappella, che segnava il confine dei possessi di due nobili fratelli scialenghi, avrebbe dato l’abbrivio per una violenta lite che si sarebbe conclusa con il fratricidio. È una rispettabile tradizione che purtroppo conferma quella diffusa ostilità in seno alle caste nobiliari.

  L’autorità dei Cacciaconti, signori del feudo di Asciano, divisi all’interno del loro stesso casato, stava declinando. Un tal conte Barota degli Scialenghi, camerlengo di Siena, aveva già conferito il suo titolo al castelletto (oggi Castiglion Barotti) viciniore al castello popolato e fortificato di Montalceto. Una lunga storia di faide tra i conti Baroti e i Cacciaconti, e tra gli altri conti della medesima prosapia» [6].

 Vistose sarebbero le contraddizioni storiche sia nei nomi di persona, sia in quelli della località ascianese; ma la correttezza degli storici, oltre alla ricerca della verità, consiste anche nel riportare gli eventi, attraverso numerose ricerche e studi, senza aggiungere considerazioni personali se non utili a chiarire certi eventi espressamente ricordati.

  Dopo una prima versione degli agiografici avvenimenti, tentiamo di leggerne altri, più vicini a noi; anche se dobbiamo ritenere che quasi tutti traggano origine da quella prima narrazione effettuata dal Fortunio nel secolo XVI.

  «Circa gli anni 1100 essendo una Cappelletta con una Immagine di Nostra Donna nel Comune della Torre a Castello, territorio di Asciano, a cui ricorrevano i popoli per grazie, e trovandosi in rissa due fratelli, pretendendo ciascuno di loro, che la Cappelletta fosse nella sua parte dell’eredità paterna, si spicciò in questo giorno [VII Luglio] dalle fondamenta dov’era fabbricata, e fu con solenne miracolo trasportata nel Territorio del Monte S. Savino in un Colle chiamato le Vertighe, donde adesso quella S. Immagine prende il nome, e quivi si venera sotto la custodia de’ Padri Camaldolesi detti della Rosa. Parlano di questo miracolo molti Scrittori, come una Cronica Camaldolese manoscritta di Don Tomaso di Migliore Mini a fog. 140. Altra di Don Silvano Razzi de’ Beati Camaldolesi. Agostino Fortuni nella Cronichetta del Monte S. Savino a fog. 126. Il P. Marchese nel suo Diario Sacro tom. 3. a giorno 7 di Luglio. Il Norimbergh nella Cronica di Ravenna; e Bonifazio IX arricchì questa chiesa con molte indulgenze con un Breve segnato in Perugia l’anno IV del suo Pontificato ai 4 di Settembre. In una carta mandataci da detti Monaci del Monte S. Savino contenente la memoria di questo fatto leggiamo che i detti due fratelli litiganti si chiamassero uno Guido, e l’altro Ugo figliuoli di Aldobradino di Alberto, e che uno di questi, oltraggiato con la lingua, e colla mano la sacra Effigie, e rimessa la decisione della lite nel duello, la notte a quello antecedente, per opera angelica, la Cappelletta, ed Altare da fondamenti si staccasse, restando i segni de’ fondamenti stessi nel luogo detto il Cuggio, il quale fino all’anno 1646 da Ventura Alberti Avvocato, e Gentiluomo Senese fu posseduto, ed oggi al Sig. Paris Bulgarini s’appartiene. Aggiunge la stessa relazione, non essersi mai unita la muraglia della Cappellina all’altra della Chiesa, e che nell’Altare si conservino ancora i candelieri di legno, ed i guanciali co’ quali fu trasportato. Altri documenti, che nelle memorie della Badia Agnano, e nella Cancelleria Vescovile d’Arezzo questo gran fatto ci confermano per brevità tralasciamo» [7].

   Anche l’affresco di Orazio Della Porta, posto sulla navata sinistra del santuario, pur non essendo una delle opere migliori, offre un ampio panorama della città di Monte San Savino, riproduce, nella parte centrale, il più volte ricordato, evento “miracoloso” della traslazione [8].

 Sarebbe interessante poter approfondire sia le ricerche storiche, sia quelle archivistiche e documentali, sia quelle archeologiche per definire in modo logico i fatti che sono stati, troppe volte, strumentalizzati [9].

 Concludendo l’argomento, non possiamo comunque sottacere gli avvenimenti che suscitarono la pubblicazione (1920) del volume “Storia del Santuario di Vertighe” di Gian Francesco Gamurrini [10], che fu profondamente legato al maggior santuario mariano della Valdichiana [11]; l’evento ebbe grande risonanza nei devoti e turbò, non poco, i rapporti tra lo studioso e i Frati Francescani Minori che lo custodivano. Per non alterare gli eventi, riportiamo quello che riferiscono i “Ricordi” o la Cronaca del convento all’anno 1914, dove si trova un ampio capitolo fascinosamente intitolato: “ATTENTATO GAMURRINI”. La vicenda appare alquanto complessa, ma vale la pena di riportarla integralmente alla luce sia per correttezza storica, sia per meglio comprenderne l’origine e successivi sviluppi.

  «Il Commendatore Gamurrini G. F., non so perché creduto un amico del Santuario delle Vertighe, nel luglio del 1912 ordì una trama contro il nostro Santuario, che se fosse riuscita, ci avrebbe dato immensi dispiaceri. Riportiamo alla lettera la sua relazione che per la sua originalità e… non troppo buona fede merita di essere conservata…» [12]. Il problema sollevato dal Gamurrini era puramente di natura giuridica e riguardava la validità degli atti di compravendita del monastero da parte dei Frati Minori. Il Commendatore che, in quel tempo, faceva parte della Giunta comunale di Monte San Savino, inviò una relazione alla Giunta municipale perché «rimasto impressionato ed addolorato dal modo con cui furono fatti i rifacimenti e gli adornamenti di S. M. di Vertighe». Contestando la legittimità degli atti di acquisto del convento e della chiesa, appartenuti alla municipalità dopo le soppressioni ottocentesche degli enti ecclesiastici e poi ceduti al cav. Camillo Tabarrini nel 1892 e successivamente all’Ordine Francescano dei Frati Minori; ritenendo che l’intero complesso fosse ancora di proprietà comunale. Per l’evolversi di tutta questa singolare situazione, lasciamo parlare un altro illustre savinese, Franco Paturzo, scomparso recentemente, che nel curare l’edizione del Gamurrini scrive: «Non entreremo nella descrizione degli elementi portati a suffragio delle proprie tesi, ma riporteremo il commento del compilatore dei Ricordi, al termine della Relazione Gamurrini: “Fin qui l’immenso, l’ineffabile commendatore. Salterebbe agli occhi anche di un ceco che il signor Gamurrini abbia scritto in un momento di malumore, forse agitato dal rimorso per avere scritto contro l’autenticità del miracolo che ha reso celebre e venerato a traverso i secoli questo insigne santuario”.

 Da tali brani si possono trarre alcune importanti conclusioni: 1) Il dattiloscritto in possesso del monastero di Vertighe, riporta in prima pagina la data 1920. Ora, è chiaro che già prima del 1914, se non del 1912, Gamurrini si fosse occupato fattivamente e pubblicamente della storia del Santuario. Le tesi dell’illustre studioso a proposito del “Miracolo della traslazione della Cappella”, sopra menzionate, appaiono ampiamente conosciute all’atto della redazione dei “Ricordi”. Bisogna quindi ammettere una lunga gestazione del lavoro, ma probabilmente esso fu reso pubblico prima del 1909, visto che non si parla di esso nella “Nota di alcuni doni etc.” pubblicata nel 1910. 2). È molto probabile, poi, che i frati abbiano cercato di non divulgare il manoscritto negli anni seguenti a tali incresciosi eventi, colpiti come furono dalle irrefrenabili deduzioni del Gamurrini, soprattutto a proposito della traslazione della Cappella. In anni successivi, infatti, il dattiloscritto fu gelosamente celato dai frati, premurosi di non divulgare una notizia che, secondo la loro giustificabile mentalità, avrebbe potuto apportare danni gravissimi al culto della Madonna di Vertighe. E ne fanno fede, oltre la esplicita affermazione dell’attuale R.P. Guardiano, le numerose, anonime iscrizioni disseminate sul dattiloscritto, probabile opera di un frate non consenziente: “così si scrive la storia? si???”; “e le prove?”; “e le prove dove sono?”; “tutte menzogne per te!”; “il manoscritto? gli annali? gli storici non ci sono per te?”… e via dicendo!! Grazie quindi alla disponibilità degli attuali Frati Minori che hanno invece permesso la pubblicazione del documento dimostrando ben altra mentalità» [13]. La diatriba si basava su una trascrizione manoscritta dell’opera del Fortunio che si conservava ancora in quel tempo nell’archivio del convento; confutata, secondo metodologie del tempo dal Gamurrini, particolarmente per il capitolo settimo dove tratta “Della venuta della Beata Vergine nel colle di Vertighe e delle indulgenze della sua chiesa”; attraverso una “nuova” storia del santuario, dattiloscritta dallo storico aretino che, i Frati, detenevano e che non avrebbero in nessun modo deciso di rendere pubblica. Il lavoro del Gamurrini vide poi la luce in tempi recentissimi e con il placet degli stessi religiosi.

  La chiesa, edificata sopra la “Cappelletta” nel 1150 dal vescovo Girolamo, dalle immediate dipendenze del clero aretino, venne affidata alla custodia dei Monaci Benedettini Camaldolesi della Badia di Agnano, che appartenevano alla Congregazione fiorentina del Monastero degli Angioli (Angeli) nel 1228, con un decreto del vescovo aretino Martino e rimase alle loro dipendenze fino alle soppressioni napoleoniche. «La chiesa di Santa Maria di Vertighe fu, fino dalla sua primitiva costruzione, di diritto dominio della chiesa aretina – scrive il Gamurrini – e spettava al vescovo e al capitolo della cattedrale la nomina del rettore. Si è detto, come cosa assai probabile che l’edicola compitale pagana con i suoi beni fosse passata in dominio della nuova religione per una legge imperiale del secolo V. Ciò viene confermato dal decreto del vescovo Martino, quando nel 1228 ne assegnava l’ufficiatura ai monaci della badia di Agnano e stabiliva piccola offerta come laudemio annuale di riconoscimento e aggiungeva e dichiarava “salva sua suorumque (dei suoi successori) iura”. Il sacerdote rettore che la ufficiava, godeva delle rendite di cui, fin “ab antiquo” era dotata la chiesa. È da credere che vi avesse pure la dimora, che quando fu la chiesa affidata ai monaci, non si parla di nuova costruzione. Le feste principali che si celebravano durante l’anno erano due e precipuamente ad onore della Madonna. L’Annunciazione nel 25 Marzo, e l’Assunzione il 15 di Agosto, per essere questo il titolo della chiesa» [14].  

  Questa decisione del vescovo aretino provocò non poche rimostranze e notevoli ostacoli affinché i religiosi potessero entrare nel loro incarico; certamente per l’opposizione di chi già godeva delle consistenti rendite di cui era dotato il santuario: abbondanti terreni circostanti, un ospedale, tre chiese dipendenti (san Cristoforo, santa Maria e sant’Angelo) oltre ad una nutrita popolazione, già esistente prima del Trecento. I monaci assunsero la direzione del luogo circa trent’anni dopo il decreto episcopale.  

  «Sorgevano in loro vece e si diffondevano i nuovi ordini di S. Francesco e di San Domenico, e l’avversione perché non ne venissero in possesso i camaldolesi, durò più di trent’anni e come si vedrà giammai non si spense. Il vescovo fu obbligato a cedere e affidò la cura della chiesa al diacono Bencivenne, col titolo di rettore, che nel 1240 si trova sacerdote e pare che fosse ben veduto, che nel tempo della sua amministrazione si fecero alcuni lasciti di terre alla chiesa di S. Maria come per carte tutt’ora esistenti degli anni 1234-36 e 1241, ed egli fece pure un acquisto “iuxta terram ecclesiae”. Dopo la sua morte,  certo per le condizioni di prima e forse per le istanze degli stessi monaci di Agnano che avevano interesse di stabilirvisi, s’indusse il vescovo Guglielmino degli Ubertini ad emettere il seguente decreto, riepilogato negli annali camaldolesi (tomo V, p. 61) nell’anno 1262: “Guillelminus episcopus aretinus pridie Kalendas octobris innovavit abbati S. Mariae de Agnano possessionem cappellae Sanctae Mariae de Vertighe, una cum ecclesia Sanctae Agathae eiusdem oppidi, quas eidem coenobio concesserat olim Martinus eius predecessor, episcopus dans eidem iuspatronatus ipsorum et relaxans censum sibi debitum et omnia iura praeter episcopalia, et committens Rajnerio, camerario suo, ut abbatem de ipsis in possessionem mitteret, salva debita reverentia plebi Montis Sancti Sabini. Datum Civitellae, in palatio episcopi cum subscriptione canonicorum aretinoum» [15]. 

  L’amministrazione camaldolese dette notevole impulso e sviluppo a tutto il complesso delle Vertighe; la primitiva chiesa, eretta dal vescovo Girolamo, ormai cadente, fu sostituita, nel 1505, con l’attuale a tre navate, sorrette da capitelli ionici, un tempo appartenuti ad un tempio pagano, il soffitto di quella centrale risultò rinnovato a capriate e, i due laterali, spioventi più alti di quelli attuali. La chiesa fu dotata di sette altari nelle rispettive cappelle; cinque dei quali sono andati oggi perduti. 

   L’originale immagine della Madonna delle Vertighe era quella affrescata nell’antica “Cappelletta”: a grandezza quasi naturale, dentro una mandorla aureolata e sorretta da angeli festanti. Nella visita apostolica, eseguita dal vescovo di Sarsina Mons. Angelo Peruzzi nel 1583, non vi è traccia della “Vergine in trono” che si venera oggi; forse perché i religiosi pensarono bene di farla sparire per l’occasione, dato che, il culto a due immagini della Madonna, nello stesso altare, fossero vietate. Mentre, siamo a conoscenza che, in documento del 1493, si legge che l’amministrazione cittadina richiedeva una tassa di “denari otto” per fare “il paliotto alla tavola della Madonna delle Vertighe” [16]; divenuta, in effetto, l’immagine a cui era rivolta tutta la devozione popolare. Viene da pensare che, – osservato lo stato di deterioramento e la parziale scomparsa dell’immagine della Vergine Maria dal primitivo affresco – i monaci avessero deciso di approntarne un’altra che risultasse più attraente e visibile dai tanti fedeli che già frequentavano il santuario. L’attenzione cadde su una pala, per lungo tempo, ritenuta di autore ignoto e restaurata da Margaritone e Ristoro di Arezzo. Gli esperti d’arte l’attribuiscono a Margaritone di Arezzo che l’avrebbe realizzata, sicuramente prima del Trecento e più tardi abbia subito qualche utile restauro per essere posta alla universale venerazione, sopra un altare centrale e nascosta con quattro sportelli che, oltre a servire da cornice, ne permettevano la chiusura. La bella immagine della Vergine, seduta in trono, con in braccio il Bambino Gesù benedicente, mostra tutte le caratteristiche teologiche della Madre di Dio che sorregge, mostrando con la mano destra un ramoscello di tre fiori, facenti eco alla mano destra del bambino, dalla quale si evidenziano l’atteggiamento di una benedizione trinitaria, confermata anche dallo scettro regale della mano sinistra. Lo stile bizantino del trono, sorretto da due leoni alati, dal cuscino, dal panneggio e dai ricami delle vesti, nonché dalla corona reale posta sul capo di Maria dalla quale scendono due fili di perle, rispecchia non solamente il gusto dell’artista aretino, ma viene anche evidenziato dai quattro misteri che la contornano: Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi e Assunzione in cielo. Il quadro che misura 85 cm di altezza e 127 di lunghezza, veniva rinchiuso da due sportelli, che oggi formano un unico trittico. Anch’essi, attribuiti al pittore aretino, riproducono tre santi da ogni lato, dei quali a tutt’oggi non si è riusciti a trovare unanimità d’interpretazione. Vi si vorrebbe vedere, da un lato (a sinistra), il beato Gregorio IX, papa morto in terra aretina, san Donato, patrono della stessa diocesi, e il diacono Antimo; e, dall’altro (a destra), i tre Magi, o altri santi o sante della chiesa. L’opera, nel suo complesso, si presenta maestosa, dolce nel volto della Vergine e dei vari personaggi; altamente suggestiva e affascinante per la fattura, i magnifici colori e dell’oro che ne esaltato il vibrante contrasto.   

Oltre ai citati affreschi del Della Porta, possiamo vederne un altro, nella parete destra di chi entra, Natività della Madonna” che, per quanto deteriorato, mostra la valenza artistica del pittore aretino Santini, risalente al 1627. Il Gragnoli dipinse anche le cappelle di sant’Antonio e san Francesco, che furono però ricoperte, anche se alcuni ritrovamenti restano ancora oggi visibili.   

 Opere di maggior pregio e interesse, dopo il polittico della Vergine di Margaritone che troneggia al centro del santuario, sono un “dittico”, del 1520, di Ridolfo di Domenico del Ghirlandaio con un presunto San Savino (o forse sant’Agostino), patrono della città di Monte San Savino e un San Benedetto, con in mano la Santa Regola e il fascio delle “verghe” per la penitenza, rivestito della bianca “cocolla” dei monaci camaldolesi, e per anni, scambiato per san Romualdo, fondatore di questi religiosi. Da un’approfondita ricerca, particolarmente attraverso le “Vite” di Giorgio Vasari [17], è stato facile conoscere che, il dittico, sarebbe stato commissionato al pittore fiorentino Ridolfo di Domenico Ghirlandaio [18] dai monaci del monastero degli Angioli di Firenze e da loro portato alle Vertighe dove l’artista avrebbe anche dovuto affrescare le pareti del chiostro, ma ricerche e indagini in tal senso non hanno mai dato esito positivo; forse perché il lavoro deteriorandosi potrebbe essere andato perduto.

  Notevole è un magnifico crocifisso di Lorenzo Monaco “dipinto su tavola e ritagliato nei contorni”, posto sul lato sinistro di chi guarda l’altare maggiore; rara opera d’arte che proverrebbe anch’essa dal monastero fiorentino degli Angioli, dove l’artista visse [19].

  Nel 1541 si pensò bene di costruire una sacrestia a destra della chiesa. Tra l’inizio del Cinquecento e metà del Seicento si dette l’attuale assetto del Coro posto in basso dietro la “Cappelletta”. Il campanile, non significatamene attinente a tutto il complesso del fabbricato, è una costruzione a torre, in pietre a bozze e in mattoni; per lo stile del disegno viene da sempre attributo, senza ragione, ad Andrea Contucci, ottimo architetto (1460-1529) originario di Monte san Savino e per questo detto il Sansovino. Nel 1518 iniziarono i lavori del monastero, per adeguarlo allo stato attuale, tanto che già nel 1521 poteva essere funzionale per la comunità monastica, e avere il bel chiostro in forma quadrata; nel 1543, ebbe perfino il titolo abbaziale, trasferitovi da quella degli “Angioli” di Firenze. Ancora il Vasari, riferisce che nel chiostro: «Ridolfo del Ghirlandaio, avendo seco Battista Franco veneziano e Michele, fece tutte le storie di Gioseffo in chiaroscuro»; ma tutto sembra essere andato perduto nel corso degli anni.

  Il monastero, retto dai monaci Camaldolesi fino alle soppressioni napoleoniche (1808), dovette essere abbandonato (15 luglio) definitivamente ed esso fu anche spogliato delle importanti opere e arredi. La chiesa, chiusa al pubblico e messa all’asta con tutti i suoi beni, finì in mani private; nel 1811 si tentò di riaprirla ma ci si riuscì solamente solo quattro anni dopo, quando venne nominato un cappellano. Nel 1816, il vescovo aretino vi chiamò i Frati Francescani Minori che consolidarono la stabilità solamente nel 1852 acquistando l’intero immobile e divenendo così gli effettivi custodi del Santuario mariano che hanno conservato fino a pochi anni fa quando sono subentrati i Fratelli e le Sorelle della Fraternità Francescana di Betania che, essendo formata da giovani e vigorose energie, è riuscita non solamente a rinnovare la chiesa ma anche a riportare il santuario ad un livello notevole, non solamente per afflusso di fedeli ma anche incentivandone la sopita devozione secolare per la venerata immagine di Maria Santissima che, nel 1964, fu anche dichiarata Patrona dell’Autostrada del Sole.

  Fin da tempi remoti, nei pressi del santuario, si correva anche un “Palio” speciale (15 agosto); di esso si hanno notizie fin dal 1471, ma da altri documenti si potrebbe dedurre che altre manifestazioni simili fossero abituali nei secoli precedenti.

  Lo storico santuario, dedicato alla Vergine Maria “delle Vertighe”, il maggiore della Valdichiana, ma anche della diocesi aretina, richiama ancora oggi un nutrito afflusso di fedeli e devoti che salgono fiduciosi il piccolo colle per onorarLa e implorando grazie e protezione.

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[1] Del Corto G. B., Storia della Val di Chiana, Arezzo 1898, pp. 45-47. Il Camici (Della Rena) nella sua storia dei Marchesi di Toscana afferma che nel secolo XI Beatrice e Matilde, ambedue contesse di Toscana, avevano un’abitazione o palazzo Ducale anche presso il Monte S. Savino, sul colle delle Vertighe, laddove nel secolo stesso sarebbe stato eretto il noto Santuario di S. Maria di Vertighe. 

Ecco la chiusa di un contratto ivi riportato: «Actum in comitatu Aretino in loco qui dicitur Vertice propre Ecclesiam S. Mariae non longe a domo ubi residebat comitissa Beatrix cum filia sua Matilda. Octobre 1073». Della Rena Cosimo, Serie cronologico-diplomatica degli antichi Duchi e Marchesi di Toscana, con supplemento e note dell’abate Ippolito Camici, riordinata e pubblicata dall’abate Agostino Cesaretti, Firenze, 1789, Tomo III. pag. 65. L’abitazione poteva anch’essere in Cesa che è località non lontana da Vertighe. 

A proposto del Santuario di Vertighe è da osservarsi che non esso è una imitazione della leggenda del Santuario di Loreto, ma questa deriva da quello. Invero narrano gli storici locali (Agostino Fortunio – Cronichetta di Monte S. Savino – sec. XVI) che verso il 1100 un tabernacolo ed oratorio di Maria esistente nella Comunità di Asciano litigato tra due fratelli comproprietari che per gara della divisione vi si sfidarono a duello, sparì, e fu, nottetempo, traslato, dicono, dagli angioli, sul colle di Vertighe, soffermandosi prima alcun poco a piè del colle stesso. Che l’epoca in cui il miracolo acquistò credito sia quella sopraindicata non può revocarsi in dubbio, facendone fede oltre il suindicato contratto anche una relativa bolla papale del 1194 nonché le memorie relative alla costruzione della Chiesa che racchiude il tabernacolo (Vedi: Guelfi e Baldi, Storia di Monte S. Savino, Siena 1892). Orbene, le notizie storiche della Santa casa di Loreto ci apprendono essere ritenuto che solamente nel 1291, dopochè i Turchi si eran fatti padroni di Terra Santa, la casa di Nazaret sparì di là volando in Dalmazia e quindi nel 1294 fu traslata invisibilmente in mezzo ad un bosco di lauri presso Recanati. Colà pure due fratelli si sarebbero liticati la proprietà dell’edicola, sicché essa, per toglier motivo ad una lotta fraterna (che è poi scolpita dal Sansovino), avrebbe ancora cambiato alcun poco la sua sede per fermarsi definitivamente laddove sorge adesso la città di Loreto ed il santuario e tempio magnifico che fu ed è tesoro incalcolabile di devozione, di arte, di ricchezza e di storia. (Vedi Illustrazione Italiana, 1894 Numeri 49 e 50. Caterina Pigorini-Beri). Le date adunque ci dicono che Vertighe ha ispirato Loreto. (Cfr. anche Guida storica del Santuario delle Vertighe per Fr. Timoteo dalle Balze, Monte S. Savino, 1894).

[2] G. F. Gamurrini, Storia del Santuario di Vertighe, manoscritto aretino (1920).  

[3] Cfr. n. 1, per la citazione di parte del documento latino. 

[4] G. F. Gamurrini, Storia del Santuario… cit.  

[5] Carta 11, libro I.  

[6] R. Lucetti, Storia di Asciano, Edito a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Asciano, 1993, pp. 43-44.

[7] G. Gigli, Diario Senese in cui si veggono alla giornata tutti gli avvenimenti più ragguardevoli spettanti si allo spirituale si al temporale della città e stato di Siena etc., Parte Seconda, Seconda Edizione, Tip. dell’Ancora di G. Landi e N. Alessandra, Siena 1854, pp. 22-23. Tommaso detto “Il Migliore” scrisse una storia manoscritta mai rintracciata; Don Silvano Razzi, nel 1590, era abate nel monastero delle Vertighe, ha scritto una Istoria dei Santi e Beati Camaldolesi; Agostino Fortuni era un monaco camaldolese, oggi conosciuto con il cognome Fortunio; i Marchesi (Marchese) sono due: Francesco e Alessandro, il primo della Congregazione dell’Oratorio, scrisse un Diario Sacro di Maria Santissima e, il secondo, minore osservante, scrisse sulle Chiese dedicate alla Gran Madre di Dio; Padre Nicremburg, scrisse una Cronaca di Ravenna.

[8] Orazio Porta (o Della Porta) pittore nativo di Monte San Savino, avrebbe lavorato ai due affreschi del santuario nel 1590. L’affresco della “Assunzione della Vergine al cielo”, accanto all’altare di san Francesco, risulta essere di buona fattura; mentre “La Traslazione della Santa Cappella”, restaurato negli ultimi anni della permanenza dei Fati Minori nel santuario, pur offrendo un interessante spaccato del territorio, sembra essere ottimo nella parte superiore (Annunciazione) che potrebbe essere del Porta, al contrario, la parte centrale di semplicistica esecuzione potrebbe essere attribuibile a mano diversa, se non a qualche allievo o praticante di bottega del pittore savinese.

[9] Personalmente posso confermare di essere stato presente ai lavori svolti per ammodernare il presbiterio (1999), eseguiti dalla Ditta Zanni di Monte San Savino, durante i quali ebbi l’opportunità di constatare che la “Cappelletta” poggia direttamente sul terreno e assente totalmente da fondamenta.

[10] Autodidatta, fu ottimo archeologo di fama internazionale, storico ed erudito aretino (1835-1923), vasta la sua produzione storica archeologica e scientifica.

[11] Sua madre, Marianna de’ Giudici, fu sepolta nel santuario, dove una memoria di marmo ne perpetua ancora il ricordo proprio sulla parete sinistra della porta d’ingresso laterale. Notevoli furono i suoi interventi per rendere ancora più importante il sacro luogo: a sue spese contribuì al rifacimento del loggiato esterno che circonda, per due lati, la chiesa e lo scalone di accesso al santuario. Arricchì notevolmente la biblioteca del monastero donandole numerosi volumi.

[12] Ricordi, del santuario e convento, anno 1914, p. 195.

[13] G. F. Gamurrini, Storia del Santuario di Vertighe (1920), Edizione a cura di Franco Paturzo, Associazione Pro Loco Monte San Savino, Editrice L’Etruria, Cortona (AR), 1996, pp. 8-9.

[14] G. F. Gamurrini, Storia del Santuario… cit.

[15] Ibid.

[16] Cfr. Archivio Comunale di Monte San Savino (AR), a. c. 185.

[17] Pittore, architetto e scrittore d’arte (Arezzo 1511-Firenze 1574), ha lasciato una delle maggiori fonti per la pittura italiana “Vite dei più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani” (1550).

[18] Nome con cui era maggiormente conosciuto, il pittore Domenico Bigordi (Firenze 1449-94), autore di grandi cicli decorativi (Firenze, “Cappella Sassetti” in santa Trinita e “Cappella Tornabuoni” in santa Maria Novella); esponente di spicco della plasticità del primo ‘400 fiorentino e del realismo fiammingo. Eccelse anche nei ritratti. Suo figlio Ridolfo (Firenze 1483-1561) fu tra i maggiori esponenti del classicismo fiorentino.

[19] Pietro di Giovanni senese, nato circa il 1370, entrò nel monastero benedettino camaldolese degli Angioli (1390) dove professò il 10 dicembre 1391, assumendo il nome di Don Lorenzo; per questo ricordato più comunemente come “Monaco”. Pittore e miniaturista formatosi alla tradizione gotica inaugurata da Simone Martini, si accostò poi all’arte di Agnolo Gaddi, lavorando assiduamente nella città fiorentina. Morì nel 1425.

A cura e per gentile concessione di

Marcello Falletti di Villafalletto

 

 

 

 

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